Welcome to the land of powerful mixture

Questa l’iscrizione che accoglie chi entra a Kabala, un piccolo paese nel nord della Sierra Leone, dove siamo stati ospiti per dieci giorni presso la missione dei padri Saveriani. È qui che abbiamo incontrato un’ Africa lontana dai grandi centri abitati, fatta di montagne verdi, villaggi, mercati rumorosi e colorati, bambini, giovani e anziani. Una realtà che, poco alla volta, ci ha mostrato un volto diverso da quello che immaginavamo.

Il primo impatto con la residenza dei padri è stato sorprendentemente familiare: una famiglia di cagnolini, galline, una capretta e, soprattutto, i bambini che sono arrivati ad accoglierci con sorrisi spontanei. Bambini abituati a giocare con poco, capaci di fare verticali sulla testa e di affrontare grandi sfide fisiche senza lamentarsi, se non per chiederci una palla.

Con gli adolescenti, invece, l’incontro è stato più difficile. La lingua rappresentava una barriera: a Kabala non tutti hanno avuto la possibilità di studiare abbastanza da conoscere bene l’inglese, oltre alla propria lingua e al krio. Abbiamo così cercato di adattarci, parlando con i pochi che conoscevano bene l’inglese, chiedendo loro di tradurre per noi e trovando, giorno dopo giorno, nuovi modi per comunicare. Poi qualcosa è cambiato. I giovani della missione hanno iniziato ad accompagnarci nei nostri giri per Kabala e nei villaggi vicini, diventando per noi non solo amici, ma vere e proprie guide e persone di cui fidarci in un Paese completamente diverso dal nostro.

É in questo contesto che si inserisce la piccola comunità cristiana della missione, oggi accompagnata dai padri saveriani Erik, Alex e Jerome. La loro presenza affonda le radici negli anni Cinquanta, quando i primi quattro saveriani arrivarono in Sierra Leone dividendosi tra Makeni, Kabala, Lunsa e Kambia. Da allora la missione ha attraversato anche pagine drammatiche della storia del Paese, dalla guerra civile all’epidemia di Ebola.

La storia di Jerome rende tutto questo incredibilmente concreto. Arrivato in Sierra Leone negli anni Novanta, poco prima della guerra, ne visse l’inizio e tutta l’evoluzione al fianco del suo gregge. Fu tenuto in ostaggio per dieci giorni e gli spararono al petto. La morte però, inaspettatamente, non sopraggiunse. Rimase immobile fino a che non fu solo, riuscendo poi a fuggire con un’altra persona con cui raggiunse la città e la salvezza.
Se pensiamo che questo possa essere abbastanza, non dimentichiamo che Jerome ha passato anche l’epidemia di Ebola che ha devastato la Sierra Leone 12 anni fa.

Jerome racconta tutto con una semplicità quasi disarmante, persino con un certo senso dell’ironia. Non sembra un uomo prigioniero di ciò che ha vissuto. Anzi, ci ha detto di essersi sempre considerato un ospite della Sierra Leone e, proprio per questo, di aver sentito il dovere di rispettare il modo di vivere e la cultura delle persone che lo avevano accolto. Una frase che ci ha fatto riflettere: essere ospiti significa entrare nella realtà dell’altro con umiltà, ascoltare prima di giudicare e cercare di comprendere prima di pensare di avere qualcosa da insegnare.

Questo atteggiamento lo abbiamo ritrovato anche nel nostro incontro con i giovani della missione. Joseph fa l’idraulico, Carlo lavora nell’agricoltura, John studia per diventare insegnante e proprio in quei giorni sosteneva alcuni esami, col sogno però di entrare in politica per combattere la corruzione qui dilagante. Con loro abbiamo giocato, cantato, suonato, mangiato insieme e parlato di famiglia, fede, amore, felicità e iniziazione. Durante il “World Café” ci siamo accorti di quanto le nostre culture possano essere diverse, ma anche di quanto siano simili le domande che abitano il cuore di ogni giovane.

Abbiamo incontrato questa stessa speranza nelle scuole del progetto Mission is Possible, visitandone alcune e contribuendo a ridipingere le aule con contenuti didattici: il sistema solare, la fotosintesi, l’alfabeto. Sono scuole semplici, con banchi di legno e lavagne, ma rappresentano per molti bambini una possibilità concreta di costruire il proprio futuro.

E poi ci sono loro, i bambini, veri protagonisti di questi giorni. Con loro è bastato poco: una palla, un gioco, una corsa, una risata. Ci hanno ricordato che per incontrarsi davvero non servono sempre le parole.

Siamo arrivati a Kabala pensando di poter lasciare qualcosa. Alla fine ci siamo accorti di aver ricevuto molto di più: volti, amicizie, storie, domande e una nuova consapevolezza.

La missione è proprio questo: non arrivare pensando di portare aiuto concreto, ma imparare a essere ospiti, accogliere il modo di vivere di un’altra cultura ed entrare nella storia dell’altro con rispetto lasciandosi cambiare dall’incontro.

A Kabala, in quel “powerful mixture” che accoglie chi arriva, abbiamo scoperto che ogni suo angolo e villaggio vicino è una tessera di un colore diverso: da sola può essere colorata, bella, unica, ma solo mettendo insieme i vari pezzi si può ammirare davvero un mosaico stupefacente e prezioso.

Articolo a cura di: Alessandro Da Ronch, Edoardo Pastorello, Alice Pinazzi


Per sostenere le scuole e i vari progetti in Sierra Leone esiste la raccolta fondi “Mission is possible”. Questi sono i riferimenti


INTESTATARIO:
Pia società di San Francesco Saverio per le missioni estere
IBAN:
IT18M0200812705000100471568
CAUSALE:
P Alex Brai istruzione per Kabala Sierra Leone