Gli studiosi della Scrittura ricordano che il termine greco tradotto con “operatori di pace” (eirēnopoioi) compare una sola volta nella Bibbia, nel Discorso della Montagna (Mt 5,9). È una parola rara e politicamente provocatoria. Chiamando gli operatori di pace “figli di Dio”, Gesù rovescia la propaganda della Pax Romana che attribuiva a Cesare i titoli di “operatore di pace” e “figlio di Dio”. I veri figli di Dio non sono i generali che impongono la pace con la forza, ma coloro che entrano nel conflitto per ristabilire lo shalom, cioè giustizia e integrità.
Anche papa Leone XIV, fin dall’omelia della Domenica delle Palme, ha contestato la narrativa che giustifica la guerra come via alla pace. Ha affermato con chiarezza: “Gesù, Re della Pace, rifiuta la guerra… non ascolta le preghiere di chi la fa…: ‘le vostre mani sono piene di sangue’ (Is 1,15)”. La reazione, soprattutto negli Stati Uniti, si è concentrata meno sulla domanda evangelica – cosa ci chiede il Vangelo in tempo di guerra? – e più sulla difesa della teoria della guerra giusta. Dibattiti e analisi hanno discusso condizioni, soglie e proporzionalità.
Quella tradizione ha certamente un valore: La Chiesa ha cercato a lungo di disciplinare il potere politico con il ragionamento morale. Ma dedicare questo momento principalmente a cercare di determinare se la guerra possa ancora essere giustificata rischia di farci perdere di vista qualcosa di più urgente. Comincia a sembrare meno un discernimento morale e più uno sforzo ansioso di dimostrare che ciò che sta accadendo potrebbe ancora essere giusto. E questo è il punto di partenza sbagliato.
La prima domanda non è se la guerra possa essere giustificata, ma cosa il Vangelo chieda oggi. Cosa significa essere davvero operatori di pace?
La tradizione cattolica offre una risposta esigente. La Gaudium et spes insegna che “la pace non è semplicemente assenza di guerra”, ma “un’impresa di giustizia” da costruire continuamente (n. 78). La pace è dunque un compito. Per questo papa Francesco, in Gaudete et exsultate, definisce la costruzione della pace un “mestiere” che richiede “serenità, creatività, sensibilità e abilità” (n. 89). Letti alla luce del Vangelo, questi quattro elementi non sono un ideale astratto, ma una disciplina concreta.
Serenità
La serenità viene prima perché la pace non ignora il conflitto, ma rifiuta di esserne dominata. Il comando evangelico “se qualcuno ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra” (Lc 6,29) non invita alla passività. Quel gesto non legittima la violenza: la smaschera.Significa sottrarsi alla logica del dominio e dell’umiliazione. In questo modo si interrompe la catena della vendetta. È una posizione attiva, non passiva. Come scrive papa Francesco, ciò richiede “un cuore pacificato da Cristo, liberato dall’aggressività che nasce da un egoismo smisurato” (Gaudete et exsultate, n. 121). Senza questa stabilità interiore, ogni discorso sulla pace degenera in rabbia, paura o vendetta.
Creatività
La serenità da sola non basta: la pace richiede creatività. Il conflitto non può solo essere assorbito, deve essere trasformato. La logica abituale – insulto contro insulto, forza contro forza – si riproduce senza fine. Il Vangelo interrompe questo ciclo: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano” (Lc 6,27). Amare il nemico non è un sentimento, ma una pratica che disarma l’ostilità rifiutando di rifletterla. Così si apre uno spazio nuovo, dove l’altro non è più un nemico da eliminare ma una persona da incontrare. L’insegnamento di Gesù è creativo perché rompe il circuito della violenza con un atto gratuito di bene là dove ci si aspetta il male. Non è un ideale ingenuo, ma una concreta strategia di trasformazione.
La creatività prende forma nel lavoro paziente del dialogo e della negoziazione, non come compromesso a ogni costo, ma come ricerca della giustizia e tutela dei più vulnerabili. Rifiuta sia l’illusione che la pace possa essere imposta con la forza, sia la tentazione di abbandonare chi è in pericolo. Il dialogo diventa così un esercizio di immaginazione morale orientato alla riconciliazione.
Sensibilità
Tutto questo richiede sensibilità, cioè attenzione concreta alla persona, soprattutto a quella difficile da amare. È facile parlare di dignità umana in astratto; molto più difficile riconoscerla in chi ci ferisce o si oppone a noi. Eppure proprio qui il Vangelo insiste: “Amate i vostri nemici… pregate per coloro che vi maltrattano” (Lc 6,27-28). Questa richiesta contrasta la “globalizzazione dell’indifferenza”denunciata da papa Francesco, dove la sofferenza altrui diventa distante e invisibile.
La sensibilità oggi è resa ancora più difficile dalla “gamification” della guerra: conflitti vissuti attraverso schermi, immagini e statistiche, dove le persone rischiano di essere percepite come dati. Il pericolo non è solo tollerare la violenza, ma smettere perfino di sentirla. Contro questa anestesia morale, il Vangelo restituisce il volto dell’altro, persino del nemico, e richiama a una forma di attenzione che rifiuta di rendere anonima la sofferenza. Non si tratta di sentimentalismo, ma della convinzione che ogni persona possieda una dignità che nulla può cancellare. Una pace che esclude o disumanizza non è vera pace: è solo una forma più silenziosa di conflitto.
Abilità
Infine, la pace richiede abilità, forse l’aspetto più trascurato. L’arte della pace deve essere appresa e praticata. Richiede disciplina: moderare il linguaggio, dire la verità senza odio, costruire fiducia, sacrificare il proprio vantaggio per la giustizia. Richiede anchecompetenze concrete di dialogo e negoziazione: ascoltare senza difendersi, esprimere le ferite senza alimentarle, cercare punti comuni senza tradire la verità, perseverare nel confronto anche quando l’accordo sembra lontano. Il cardinale Avery Dulles osservava che il dialogo consiste nel dare all’altro il permesso di spiegare perché pensa che tu abbia torto. Queste capacità non nascono spontaneamente: si formano nel tempo, con esercizio e disciplina.
Nel loro insieme, questi quattro requisiti mostrano perché il Vangelo appaia poco pratico in tempo di guerra. Non parte dalla domanda se la violenza sia giustificabile, ma da chi stiamo diventando di fronte ad essa. Questo non significa abbandonare la riflessione morale sulla guerra. Significa rimetterla al posto giusto. La teoria della guerra giusta non era pensata per confortare o facilitare il ricorso alla guerra, ma per limitarlo e frenarlo. Quando però diventa la lente principale con cui guardiamo il conflitto, rischia di restringere l’immaginazione a ciò che è consentito invece di aprirla a ciò che è necessario. E ciò che è necessario è più impegnativo. La pace non è un’idea da difendere, ma un mestiere da imparare e praticare nelle concrete realtà della storia.
Al termine del suo viaggio in Africa, papa Leone XIV non ha discusso astrattamente della forza giustificata. Ha invocato invece una “cultura della pace”, chiedendo ai leader di tornare al dialogo anziché all’escalation, e ha fondato il suo appello sulla sofferenza umana, ricordando un bambino incontrato durante il viaggio e poi ucciso dalla guerra. Come Gesù nelle Beatitudini, il papa ha rifiutato di fermarsi alla sola domanda sulla giustificazione della guerra, scegliendo invece di interrogarsi su come cercare la pace. Ed è ciò che dobbiamo fare anche noi.
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Questo saggio è tratto dal discorso pronunciato dal Card. Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, in occasione della consegna del premio «Blessed are the Peacemakers Award» da parte del Catholic Theological Union il 29 aprile 2026


