Il pane non è un privilegio

È «intollerabile che il pane sia considerato un privilegio e l’acqua una merce contesa». Quello di Leone XIV è un grido chiaro ai leader globali e a tutti gli uomini di buona volontà, in un’epoca «caratterizzata da un progresso tecnologico senza precedenti». Nel suo messaggio al direttore generale della Fao, Qu Dongyu, in occasione della 46a Giornata mondiale dell’alimentazione che si è celebrata ieri, il Papa ha sottolineato con forza che la «fame» non si può considerare «un’anomalia statistica», poiché «è causata principalmente dalla mancanza di volontà politica e di solidarietà collettiva». La possibilità di accedere regolarmente «a un’alimentazione sicura, adeguata e sufficiente», scrive ancora, «in linea con la dignità di ogni persona, è un diritto umano fondamentale». Il tema della Giornata mondiale del 2026 è stato “Innovare oggi per nutrire il domani”, e lo scorso anno, per sottolineare la sua attenzione nei confronti della povertà alimentare, Prevost era intervenuto alla cerimonia per l’ottantesimo anniversario dell’agenzia Onu, a Roma. «Impedire che il pane raggiunga una persona o distruggere i mezzi con cui viene prodotto costituisce una terribile offesa alla dignità umana».

L’innovazione in campo alimentare, dunque, ha profondamente a che fare con la tutela della dignità dell’uomo, ha ribadito il Pontefice, ancora ricoverato al Policlinico Gemelli. Quando l’essere umano aiuta la terra a produrre i suoi frutti, «l’umanità non si limita a compiere un’operazione tecnica », ma «adempie al comando di custodire la terra e di coltivarla ». Oggi invece «ci troviamo in una situazione paradossale » in cui il progresso «avanza a un ritmo sempre più sostenuto » e allo stesso tempo «la fame e la povertà continuano a persistere». Tutto questo, sostiene Leone XIV, non è altro che «una profonda crisi antropologica ed etica». Anche se si parla di innovazione «con gran disinvoltura», spesso questo termine viene utilizzato in riferimento «allo sviluppo di dispositivi e algoritmi, oppure all’ottimizzazione delle prestazioni con l’unico fine di ottenere un guadagno economico». Così è quantomai necessario «cambiare il modo in cui concepiamo tale progresso», perché la vera innovazione «non sostituisce la creazione», ma implica «un’indagine rispettosa delle leggi complesse che guidano l’opera delle mani del Creatore». L’innovazione di cui l’umanità e il mondo hanno bisogno, infatti, «non si misura solo in base alla quantità di grano prodotto», ma anche in base «alla tutela della dignità umana che Dio ha donato a ciascuno di noi e dell’integrità dell’ecosistema».

La tecnologia moderna «viene impiegata in agricoltura in modi che privano il suolo della sua fertilità naturale» oppure «allontanano gli agricoltori dalle loro terre» per motivi economici e questo «non può essere considerato un progresso» ma «una forma sofisticata di distruzione », scrive chiaramente Prevost. Dall’altro lato, garantire il diritto al cibo è «un obbligo di giustizia che vincola sia i singoli Stati che la comunità internazionale », anche se con l’accelerazione della produzione viene spesso trascurata la distribuzione delle risorse alimentari. Se da un lato i «mercati dei cereali vengono capitalizzati in borsa», dall’altro «i semi che germogliano nel terreno finiscono nelle mani di monopoli che soffocano l’agricoltura su piccola scala», spiega. È sempre più urgente, dunque, «liberare la produzione di cibo da una mentalità puramente speculativa», aggiunge il Papa, perché il pane non dovrebbe essere «né uno strumento di pressione geopolitica né un bene finanziario volatile », né deve mai «essere usato come arma di guerra». Secondo il Papa l’idea utopica della “crescita infinita” «ha raggiunto il suo punto di rottura», e oggi l’innovazione richiede «l’adozione di un senso di responsabilità intergenerazionale ». L’ultimo appello Leone XIV lo ha rivolto proprio alla Fao. Ha incoraggiato l’organizzazione e i suoi Stati membri «a non accontentarsi di analisi astratte o di dichiarazioni di efficacia limitata», perché «è giunto il momento di dare prova di audacia morale». Esiste poi un «imperativo etico urgente» che chiede di «riconvertire le risorse investite nell’industria bellica verso la ricerca agricola sostenibile », ha concluso.

A cura di Agnese Palmucci in “Avvenire” del 17 ottobre 2026