Marguerite Barankitse, l’angelo del Burundi

«I miei diecimila figli»

In “Corriere della sera” del 19 febbraio 2026 – di Annamaria Barbato Ricci

L’attivista è impegnata a favore dei bambini dell’Africa Subsahariana di etnia Tutsi: dopo i massacri del ‘93 aveva fondato « Maison Shalom» per accoglierli. Ha aiutato oltre 70 mila profughi. «Solo l’educazione può umanizzare: la mia battaglia è quotidiana»

Con indosso uno dei suoi matronali abiti tradizionali, Marguerite Barankitse sembra una delle mitiche regine africane. E Regina lo è davvero in quell’enclave del Ruanda dove con Maison Shalom ha aiutato, da dieci anni a questa parte, oltre 70 mila profughi provenienti dal Burundi, dalla Repubblica democratica del Congo, ma anche da Sudan, Sud Sudan, Afghanistan, Eritrea. I profughi rifugiati nei campi frequentano scuole professionali che sono ospitate da Maison Shalom e si specializzano in carpenteria, sartoria, estetica, cucina, calzoleria, meccanica, agricoltura, informatica e imparano a guidare. Non basta: Marguerite, che ha alle spalle una vita di resistenza e resilienza, ha creato nella vicina città ruandese di Kigali la scuola internazionale «Sant’Anna», in cui studiano fianco a fianco ragazzi e ragazze poveri e ricchi, provenienti da 12 Paesi tra cui l’Italia, al fine di creare una nuova generazione, in cui «si abbatta la cultura della violenza» e si faccia passare la «irrinunciabile necessità di umanizzare l’umanità attraverso l’educazione».

In Vaticano

Un messaggio di pace che Marguerite diffonde da 32 anni e che aveva rilanciato a fine ottobre durante il Giubileo dell’Educazione in Vaticano: «Tutti i bambini hanno diritto a un’educazione di eccellenza, con dei valori umani condivisi, come l’umanità, l’empatia, l’integrità, la dignità e la compassione. Bisogna creare armonia nel mondo, abbattendo le discriminazioni reali che dividono la società». Quella di Marguerite è una lunga storia di lotta cominciata quando, nell’ottobre 1993, collaborava con il vescovo di Ruyigi in Burundi. Era scoppiata una sanguinosa guerra civiledi cui fu testimone: «Avevamo nascosto in vescovado – racconta – molte decine di burundesi di etnia Tutsi, per sottrarli alla mattanza in corso. Malgrado uscissi dal Palazzo per invocare la pace e la fratellanza mi legarono a una sedia e, sotto i miei occhi, uccisero 72 persone. Nel mio villaggio, fra i tanti, perirono anche 60 miei familiari. Fuggii dal palazzo vescovile portando con me 32 bambini, sia Hutu sia Tutsi, accolti per sette mesi in una casa messa a disposizione da un mio amico cooperante tedesco fuggito». 

Il libro

 In quei pochi mesi i bambini accolti divennero 400. Per sfamarli ricevette l’aiuto di tanti stranieri e poi continuò quest’opera di solidarietà anche grazie a un premio in denaro che le fu assegnato. Cinque anni dopo i bambini a cui dava assistenza erano diventati 10 mila. Fu allora che in Italia uscì il libro che ricostruiva la sua storia, intitolato La madre di 10 mila figli e seguito, nel 2024, dal film Il viaggio senza paura di Margherita, del regista norvegese Øystein Rakkenes e del produttore Pàl Christian Bunt. Proprio Rakkenes dice di lei: «Marguerite Barankitse ha fatto ciò che i politici del Burundi non sono stati capaci di fare. Ha costruito scuole, cooperative per gli agricoltori e l’ospedale più moderno del suo Paese d’origine. Malgrado ciò, il regime del Burundi nel 2015 l’ha inserita in una lista nera e dichiarata nemica dello Stato».

Il Nobel dei bambini

È da questa condanna e dalla fuga dal suo Paese, perché volevano ucciderla che nasce Maison Shalom, nel confinante Ruanda. Alcuni dei ragazzini che avevano frequentato i centri da lei fondati in Burundi, e in cui grazie a lei avevano studiato, la seguirono in Ruanda; altri, rimasti in Burundi, furono uccisi dal regime. Marguerite si è conquistata l’ammirazione internazionale, tanto da meritare molti premi tra cui il Nobel dei bambini nel 2003. Le sono state conferite ben sette lauree honoris causa di cui le più recenti sono dell’Università di Seattle e di quella sudafricana di Rhodes. 
Conclude così la nostra conversazione: «Occorrerebbe che ogni essere umano riconoscesse di far parte della stessa famiglia umana e che quando una persona viene uccisa in qualsiasi angolo del mondo una parte della nostra umanità muore. La mia lotta non si limita ai bambini del Burundi o dell’Africa ma riguarda l’intera umanità. Ed è un combattimento quotidiano».