La fine delle regole

L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela deciso da Donald Trump non è un colpo di follia, un incidente della storia o un’anomalia. È, semplicemente, un atto perfettamente coerente con ciò che accade nel Mondo riarmato in cui viviamo da qualche anno. È, soprattutto, una scelta speculare all’attacco della Russia di Vladimir Putin all’Ucraina.

Facciamo attenzione: cambiano le latitudini, non la logica.

Putin ha invaso l’Ucraina perché la considerava e considera parte della propria sfera di influenza, perché ne giudicava illegittimo il governo, perché riteneva inaccettabile che un Paese formalmente sovrano, ma che lui considera colonia, scegliesse alleanze e traiettorie autonome. Infine, l’Ucraina è territorio strategico, corridoio energetico, riserva di risorse e potenza agricola.

Trump fa lo stesso con il Venezuela. Washington considera da sempre l’America del Sud, tutta, come un proprio spazio coloniale. Non usa questo termine, ma lo pratica. Il governo di Caracas, nello specifico, è giudicato illegittimo, non perché non rappresenti i venezuelani, ma perché non rappresenta gli interessi statunitensi. E il Venezuela, come l’Ucraina, è prima di tutto un Paese ricco: petrolio, gas, minerali, posizione strategica.

Il racconto cambia, la sostanza no. A Mosca si parla di “denazificazione” e sicurezza nazionale. A Washington di narcotraffico, terrorismo, ripristino della democrazia. In entrambi i casi, la guerra viene giustificata come necessità morale. Nella realtà, in entrambi i casi è la guerra di una potenza che vuole riaffermare i propri privilegi imperiali.

Il parallelismo è netto anche su un altro piano: l’azzeramento deliberato e scientificamente voluto del diritto internazionale. Putin ha violato la sovranità ucraina ignorando trattati, Nazioni Unite, diritto umanitario. Trump fa lo stesso in Venezuela. Nessun mandato ONU, nessun processo multilaterale, nessun tentativo reale di soluzione diplomatica. Solo la forza. Questo certifica un fatto che ancora fatichiamo ad ammettere: l’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale è finito. Le regole che avrebbero dovuto limitare la violenza degli Stati, proteggere i civili, garantire l’eguaglianza giuridica fra Paesi grandi e piccoli non esistono più. Sono cascami della storia, cose da mettere in un museo, di certo non sono più strumenti vincolanti dal punto di vista politico, giuridico e morale. Sono, al massimo, argomenti retorici da usare contro il nemico di turno.

È tornato nel presente, nel nostro quotidiano, un principio antico: vince il più forte.

In questo senso, siamo davvero tornati al Medioevo. Non quello romantico, ma quello dei feudi, delle guerre di conquista, delle sfere di influenza difese con le armi. Gli Stati potenti si comportano come signorie armate. Gli Stati deboli come territori contendibili. E i feudatari più temibili sono i nuovi, enormi, esagerati ricchi, padroni di territori spesso impalpabili, immateriali, ma ugualmente in grado di influenzare e condizionare scelte e guerre.

L’attacco al Venezuela accelera anche un altro processo già in corso: la polarizzazione globale. Questa nuova guerra conferma come il Mondo si stia dividendo in blocchi sempre più rigidi. Da una parte i Paesi che definiamo, per comodità, filoamericani: il G7 allargato, l’Occidente politico ed economico. Dall’altra il campo degli antagonisti: i Brics Plus, un insieme eterogeneo, ma unito dal rifiuto dell’egemonia statunitense. Ogni intervento militare unilaterale rafforza questa frattura. Ogni guerra “preventiva” spinge nuovi Paesi a cercare protezione altrove. Ogni violazione del diritto internazionale rende più fragile qualsiasi futura mediazione.

Giunti a questo punto, però, sarebbe importante mettere in campo l’intelligenza ed evitare l’ennesimo schieramento per fazioni, pro o contro l’intervento. La questione non è scegliere fra Stati Uniti e Venezuela. Ancor meno, decidere da che parte stare tra Trump e Putin o tra Washington e Mosca. Quello che davvero va fatto è riconoscere che entrambi, tutti ormai, adottano la stessa grammatica del potere. E che chi usa questo tipo di postura, qualunque bandiera sventoli, sta dicendo al Mondo che le regole non contano più.

Quando questo accade – e sta accadendo sempre più spesso – non ci sono vincitori e non ci sono nemmeno buoni e cattivi. Ci sono solo territori da occupare, risorse da spartire, popolazioni da gestire come variabili secondarie e poco importanti. Quando accade – e sta accadendo sempre più spesso – i diritti degli esseri umani non contano più, in alcun luogo e per nessuno. Se accettiamo e giustifichiamo “politicamente” un’oscenità come l’attacco Usa al Venezuela, accettiamo l’idea di un futuro sempre più instabile e precario, in cui la guerra non è l’eccezione, ma uno strumento ordinario della politica.

A cura di Raffaele Crocco – UNIMONDO, 4 gennaio 2026