Regia: Sean Baker
Produzione: USA 2024
Diretto dal regista iraniano Mohammad Rasoulof (il suo nome è da tenere a memoria per il futuro), Il seme del fico sacro è una delle opere più audaci e politicamente rilevanti degli ultimi anni. Vincitore del premio Un Certain Regard al Festival di Cannes 2024 e candidato agli Oscar per la Germania, il film rappresenta un atto di sfida nei confronti del regime iraniano, rivelando le tensioni e le contraddizioni di una società oppressa ma ancora capace di sperare. Rasoulof è un regista noto per le sue critiche al governo iraniano e per i suoi film di denuncia sociale, tra cui il bellissimo There Is No Evil (Il male non esiste, 2020), che vinse l’Orso d’Oro a Berlino.
Negli anni ha subito persecuzioni, divieti e condanne da parte delle autorità iraniane, che gli hanno vietato di girare film e di lasciare il paese. Il seme del fico sacro è stato realizzato in clandestinità, girato in segreto con un cast e una troupe che hanno rischiato conseguenze legali. Poche settimane dopo la conclusione delle riprese, Rasoulof è riuscito a lasciare l’Iran ed è giunto in Europa, portando con sé la sua ultima opera.
Il film racconta la storia di Iman, un giudice istruttore appena promosso nel Tribunale rivoluzionario di Teheran, mentre il paese è attraversato da proteste contro il regime. A casa, le sue figlie Rezvan e Sana partecipano alle manifestazioni, mentre la moglie Najmeh tenta di mantenere l’equilibrio familiare. Quando la pistola di Iman scompare, la paranoia prende il sopravvento e le tensioni dentro la sua famiglia si intensificano, riflettendo la repressione che si abbatte sulle strade iraniane.
Rasoulof costruisce il film con un ritmo intenso e carico di suspense, mescolando dramma familiare, tensioni politiche e un finale che sfiora le atmosfere dello Shining kubrickiano. Ogni personaggio incarna una diversa prospettiva sulla realtà iraniana, rendendo il film non solo una denuncia sociale ma anche una profonda riflessione sulla paura, sul potere e sulla possibilità di un futuro migliore. Il titolo stesso del film, Il seme del fico sacro racchiude un potente simbolismo. In molte culture, il fico è considerato un albero sacro, simbolo di speranza e resilienza. Il seme rappresenta la possibilità del cambiamento, un’idea che cresce nonostante le difficoltà.
La famiglia di Iman è il microcosmo di una nazione divisa, dove il vecchio ordine cerca di mantenere il controllo mentre le nuove generazioni si battono per la libertà.
Due sequenze voglio evidenziare in un tessuto narrativo rigoroso e ipnotico nonostante i 168 minuti di durata del film. La prima è quella della scomparsa della pistola di Imam, scena che segna una svolta nella narrazione. La pistola non è solo un oggetto, ma un simbolo del potere e del controllo che il protagonista ha, o meglio, crede di avere. Quando scompare, Iman comincia a dubitare di tutto e di tutti, trasformando il rapporto con la sua La seconda sequenza è quella legata alla partecipazione delle figlie di Imam alle manifestazioni di protesta. La macchina da presa le segue con inquadrature sporche, tremolanti, in mezzo alla folla, rendendo lo spettatore parte di quella tensione. Le loro voci si confondono con i cori, il rumore della repressione diventa assordante. Rasoulof mostra così il coraggio della nuova generazione, contrapponendolo alla paura che immobilizza i più anziani. È un chiaro messaggio sulla necessità di lottare per il cambiamento. Come è evidente da queste sommarie considerazioni, Il seme del fico sacro è un’opera coraggiosa che trascende il semplice racconto cinematografico ponendosi come un documento storico e una testimonianza della resistenza del popolo iraniano. Rasoulof dimostra ancora una volta che il cinema può essere un’arma contro l’oppressione, un mezzo per dare voce a chi non può esprimersi liberamente


